Alcune volte basta copiare ed incollare senza aggiungere nulla, perché va già bene tutto così com’è.
Questa intervista, al di là del ruolo che ha Scott Schumann, del suo lavoro e tutto il resto, mi ha colpito per alcuni passaggi che vanno ben oltre le tags “moda“, “fashion“, “the sartorialist“.
E’ un piccolo trattato di eleganza, elemento che sembra essere scomparso dalla vita quotidiana, assolutamente innato nell’individuo.
Le passerelle e gli abiti da migliaia di euro non possono colmare questo vuoto.
Puoi avere scarpe per mille dollari o l’esatto contrario ed essere volgare.
Buona lettura.
Si chiama Scott Schuman l’uomo più influente del fashion web. L’abbiamo incontrato per capire che cos’ha da insegnare ai modelli dei nostri giorniScott ha i capelli con la riga di fianco. Sembra un supereroe degli anni Cinquanta prima di indossare il costume. Il viso è dolce, gli occhi azzurri. È uno dei pochi uomini che riescono a essere perfetti anche con le braghette da studente. Ne indossa un paio anche oggi, mentre ci accompagna per una New York addormentata sotto il sole d’agosto.
Non ha accessori: solo un paio di mocassini (senza calze), una macchina fotografica e Ray-Ban Aviator. Niente più della semplicità. Esattamente come il suo blog, Thesartorialist.com. Entrato tra i 100 più influenti del pianeta, secondo una recente classifica di Time. Ma al primo posto d’importanza per la moda, aggiungiamo noi. È emerso dall’oceano del web nel 2006 con la velocità di un sottomarino nucleare: gli è bastato un anno per diventare la bibbia fashion per addetti ai lavori e milioni di utenti.
Come funziona? Facile: Mr Scott Schuman fotografa la gente per strada. Solo quella vestita bene, però. Poi mette lo scatto sul web e scrive una piccola didascalia. Negli ultimi due anni visita anche le sfilate di Milano e Parigi. Non ne guarda nemmeno una, a dire il vero: alto poco più di un metro e 65, si aggira cercando nel pubblico quello che il popolo della moda cerca sulle passerelle.
Il problema è che lui, al contrario degli altri, sembra trovarlo sempre. Ci sediamo da Pastis, un similbistrot ai confini del Village, un tempo patria dei newyorkesi alla “Sex & the City”, oggi esilio per i turisti italiani. E iniziamo una chiacchierata sui blog, sulla moda, sull’eleganza. Partendo, ovviamente, dalla sua storia. «Sono cresciuto in Indiana, nel bel mezzo del nulla», inizia Schuman appoggiando sul tavolo la macchina fotografica.
«È il classico posto dove football e cheerleader sono gli unici orizzonti della vita. Figuratevi uno come me, a cui piaceva la moda. Dopo il liceo, ho capito in qualche modo che non ero abbastanza creativo per diventare un designer. Quindi, mi sono laureato in Merchandising dell’abbigliamento per poi trasferirmi a New York. Nella Grande Mela ho lavorato nelle vendite di marchi come Helmut Lang e Jean-Paul Gaultier. Era un momento di grande benessere economico: così decisi di aprire, con altri amici, uno showroom per giovani designer. Le cose, però, si sono messe molto male dopo l’11 settembre 2001. Ho chiuso baracca e burattini e ho accettato un lavoro da Bergdorf Goodman».
«Ma mi mancava la creatività. In quei momenti, per quanto difficili fossero, decisi di licenziarmi. Fu un colpo di testa necessario. Se ne fanno nella vita, no? Forse sono le cose migliori che ci capitano». Gli occhi gli si fanno più azzurri. Due linee, una scura e una chiara, si disegnano ai loro lati. Sì, gli rispondiamo, a volte i colpi di testa sono le cose migliori della vita. Soprattutto quando spalancano orizzonti che non sapevamo esistessero.
«Ho passato due anni senza fare nulla. O meglio, facendo il papà: portare i bambini all’asilo, preparare la cena, aspettare mia moglie che fa la designer da The Limited (il colosso fashion che controlla anche Gap, ndr). Sono buffe le strade che può prendere l’ispirazione. Per arrivare fino a te, intendo. Thesartorialist non ha una data di nascita precisa. Ma un luogo, sì: i parchi di New York. Ci portavo le mie figlie a giocare e, per non annoiarmi, le fotografavo. Lo sai come va con i bambini… Corrono, saltano, non stanno mai fermi. Devi giocare d’anticipo, immaginarti quello che faranno un attimo dopo. Ritrarli con la macchina digitale è stata la mia scuola di fotografia».
«Poi, un giorno, guardando Internet ho scoperto i blog e il programma semplicissimo che serve per crearli e aggiornarli. Stare senza lavoro ti fare capire quanto l’America sia un Paese a pagamento. Per ogni cosa. Il blog, invece, è tutto gratis. Per questo mi colpì. È così che ho iniziato. Mettendo qualche foto fatta per strada e scrivendo email agli amici».
Ci alziamo da Pastis per dirigerci verso la casa di Scott, più o meno sulla 25esima, a Chelsea. La sua famiglia sembra un ritratto da telefilm perbene della domenica pomeriggio. «Il nome Thesartorialist usa un latinismo per dire “sarto” (in inglese “tailor”, ndr) in un modo più sofisticato. Non volevo aggiungere altre parole: le immagini devono essere universali perché le capisca anche chi non parla la tua lingua». Poi, all’improvviso, si interrompe e si ferma a ritrarre un ragazzo afroamericano con giacca di gabardine e pantaloni neri.
Gli chiediamo cosa catturi la sua attenzione. Se l’originalità o la stravaganza. «Nessuna delle due. La cosa più importante per me è la sorpresa. Non la moda, non gli abiti. La sorpresa: quel balzo al cuore che ti dà l’emozione di una cosa bella. Un uomo anziano, una ragazza modaiola, un giovane di Hong Kong… Tutto e tutti. A volte nessuno.
La mattina, quando mi sveglio, non mi piace la sensazione di avere un’idea precisa di cos’è bello. È il “non sapere” la cosa più interessante. Ogni giorno, mi dico, serve per trovare qualcosa che ti sorprenda, che ti faccia dire “Wow”. Che ti faccia pensare». Vestiti e pensieri. Su questo non può che trovarci d’accordo. Ma allora, seguendo quest’intuizione, cos’è l’eleganza? «Prima di tutto avere la mente aperta. Puoi avere scarpe per mille dollari o l’esatto contrario ed essere volgare. Devo essere sincero: non sono capace di definire l’eleganza. Però so riconoscerla. E la fotografo. È una materia che ti scivola dalle mani. Sinceramente non m’interessa definirla.
«A volte sta in un’attitudine, in un modo di tenere le mani. Altre nel modo inaspettato di allacciare una giacca. Prendi il fotografo Bruce Weber. Lui è eleganza. Perché rispetta sempre ogni persona non tradendone la natura. E fotografa tutti. Giovani e vecchi. Ricchi e poveri. Nessuno sembra infelice, tutti hanno l’aria tranquilla. Penso abbia un’idea astratta di umanità dell’immagine che, in fondo, può essere ricondotta all’eleganza. Thesartorialist cerca di seguire questo sentiero di umanità e charme».
In effetti, guardando questi scatti perfettamente semplici (figura centrale, silhouette definita e sfondo in prospettiva) viene da pensare a quello che manca alla moda di oggi: la contemporaneità, la capacità di riflettere il mondo vero, quello della strada, quello di tutti i giorni. «C’è da fare un distinguo a questo riguardo», commenta Schuman. «Thesartorialist non deve vendere prodotti, un brand di moda sì. Su una cosa concordo, però: nella creazione di una collezione, si passa troppo tempo a pensare ai numeri, a quanto le persone possono spendere, alle fasce di prezzo e mercato. Quello che si tralascia sono i dettagli “insignificanti”: il modo di usare il cellulare e il computer, gli atteggiamenti per strada, le piccole manie, i tic, la quotidianità».
«E poi bisogna sognare. Almeno un po’. Mi spiego: a me piace molto la moda. Davvero tanto. Ho basato la mia vita su di essa. Ma solo quando passi un pomeriggio da un sarto, a Napoli, capisci cosa significa creare dal nulla un abito sartoriale. Quel perimetro di arte e tessuto che, pensando più in grande, può aggiungere bellezza all’umanità. E umanità alla bellezza. Forse questo dovrebbe ricordare la moda di oggi».
E il tuo futuro? Oggi sei diventato consulente di tanti marchi che ti cercano come un rabdomante quando si ha bisogno d’acqua. Cosa c’è nel tuo domani? «Sto negoziando due contratti importanti e continuo a collaborare con Condé Nast e Style.com. Tante cose stanno bollendo in pentola. Thesartorialist è un lavoro duro: sveglia alla mattina presto, foto tutto il giorno e ritorno la sera, in albergo, per l’elaborazione degli scatti e la pubblicazione (la notte) su Internet. Ma, alla fine, la cosa più importante resta la possibilità che tutto questo mi dà di ricercare sempre qualcosa che mi sorprenda. Che mi faccia pensare. Giorno dopo giorno. Alla fine, non è forse questo che conta? Non è forse questa la regola più importante per chi fa un lavoro creativo?».
Il blog che detta la moda
di Simone Marchetti
Etichette: fashion, sartorialist, Scott Schuman

